Diritto all’oblio. Origini e prime norme

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Si era agli esordi di questo decennio e per la prima volta si cominciò a parlare di un tema che ormai è entrato a far parte in maniera stabile delle discussioni riguardanti il web e tutto quello che la rete comporta. Stiamo parlando del diritto all’oblio, cioè il sacrosanto diritto di veder rimosso dalla rete qualsiasi materiale che riguardi il passato e che sia apparentemente lesivo per la reputazione di un soggetto. Dai video su Youtube, agli articoli in rete, dai commenti sui social network a qualsiasi link possa far risalire ad azioni svolte in passato o fatti in cui si è stati coinvolti, ma che ogni individuo è libero di non voler più trovare in rete. Con il passare degli anni questo tema è diventato sempre più rovente e, strettamente legato alla tutela della privacy, ha assunto sempre più importanza nell’era digitale in cui la reputazione sul web diventa vitale per ogni personaggio pubblico, politico o anche per la vita di ogni giorno di ogni singolo cittadino.

Fino al 2014 non c’era alcuna norma che regolamentava questo settore, poi una sentenza della Corte di Giustizia Europea del 28 maggio 2014, ha affrontato questo spinoso problema per la prima volta. Da allora tutti i big del Mondo del web, da Google a Youtube, da Facebook a Wikipedia, hanno dovuto fare i conti con queste richieste, ma non sempre sono stati particolarmente propensi ad assecondare le istanze di cancellazione.

 

Rimozione, Google non è sempre d’accordo. Alcuni dati

Dal maggio 2014 alle ultime stime che risalgono alla fine di febbraio di quest’anno, infatti, risulta che Google ha cancellato meno della metà dei link di cui è stata richiesta la rimozione. Le istanze presentate al principale motore di ricerca del web nel corso di questi 4 anni sono state circa 655.429 per complessivi 2.439.892 di url. Questo imponente numero di richieste è stato preso in carico da un revisore competente per ciascun caso e, dopo un’accurata analisi, solo il 43,3% dei link sono stati cancellati. Niente da fare per il restante 56,7% (che sale al 60,2% in Gran Bretagna) che sono state ritenute da Google notizie di interesse pubblico o commerciale. Le statistiche realizzate evidenziano che il 18,1% ha riguardato notizie o elementi di carattere professionale e il 6% era relativo a pagine web concernenti il compimento di reati. Il 33% dei link era riconducibile a social network e a piattaforme di informazioni personali, mentre il 20% faceva capo a pagine (di giornali o di siti governativi) in cui era riportate le vicende giudiziarie del richiedente la deindicizzazione.

Spetta a Gran Bretagna ed Italia la maglia rosa delle richieste di cancellazione rispetto alle notizie mezzo stampa (tre volte il valore medio), mentre francesi e tedeschi sono risultati maggiormente interessati alle istanze di rimozione dei link di social media e di pagine di raccolte di profili informativi personali. Da Francia, Germania e Gran Bretagna arrivano più della metà delle richieste di cancellazione, tra le tre nazioni messe insieme si è registrato il 51% delle istanze. Questa la classifica dei siti web oggetto del maggior numero di richieste. Al primo posto la directory professionale franceseannuaire.118712.fr con 7.701 link rimossi a fronte di 10.858 richieste, subito dopo troviamo Facebook (6.846 eliminazioni su 16.623 istanze di deindicizzazione). Al terzo posto ecco scontent.cdninstagram.com (6.291 su 11.108), e poi via via un po’ più staccati troviamo Twitter (5.476/12.396), Google Plus (3.316/12.000) e YouTube (3.293/9.250).

 

25 Maggio 2018, arriva il GDPR. Norma ed eccezioni

Una situazione che potrebbe trovarsi davanti ad una svolta epocale dal 25 maggio 2018 data di entrata in vigore del GDPR, nuovo regolamento europeo per la protezione dei dati (GDPR è l’acronimo di General Data Protection Regulation). Dopo tanta attesa, infatti, il diritto all’oblio viene dotato di un regolamento “attuativo” che ne stabilisce portata e limiti. Una novità sostanziale rispetto allo scenario precedente, nel quale il diritto all’oblio era riconosciuto solo a livello giurisprudenziale, giudicato caso per caso, senza che fossero ancora presenti precise prescrizioni su campo e modalità di attuazione. In questo regolamento si stabilisce che il diritto all’oblio consente a un individuo, autore di un reato in passato, di richiedere che il fatto non sia più pubblicizzato o divulgato dalla stampa e da altri mezzi di informazione. Questo, però, a patto che dall’evento sia trascorso molto tempo e non sia tornato a essere di pubblico interesse e di pubblico dominio. Insomma, grazie al diritto all’oblio chiunque può chiedere la non divulgazione (o la rimozione) di notizie ritenute lesive della propria reputazione dopo un congruo lasso di tempo e chiedere di rimuovere articoli, approfondimenti, video dell’epoca, compresi i risultati di ricerca a essi correlati, ritenuti lesivi della sua reputazione. Come in tutte le norme, però, ci sono delle eccezioni e dei casi in cui non si applica il diritto all’oblio. L’articolo 17 del regolamento, infatti, stabilisce come il diritto di cronaca e all’informazione, per esempio, prevalga sul diritto all’oblio. Se un fatto viene ritenuto di interesse pubblico o si ritiene che possa far ancora “notizia” non si può richiedere la cancellazione. Non si ha questo diritto nemmeno se all’interno dei dati in questione si ritenga ci siano motivi di interesse nel settore della sanità pubblica, obblighi legali a cui adempiere, o i dati siano archiviati ai fini di ricerca scientifica, storica o statistica.

 

Web Reputation Manager: chi è ed a cosa serve

Proprio queste eccezioni previste dal regolamento potrebbero però portare i grandi colossi del web ad avere ancora troppo potere nel decidere tempi e modalità di selezione nella cancellazione di dati e notizie. Google e tutti gli altri motori di ricerca rischiano di essere ancora assoluti protagonisti e principali attori della reputazione web di ognuno di noi così come lo erano in passato prima del GDPR del maggio 2018. Una regolamentazione necessaria e dovuta, ma che difficilmente sarà efficace come ci si aspetta. Ed è così che entra in gioco il web reputation manager una figura che si sta affermando sempre di più con il passare del tempo e che arriva in soccorso di tutte quelle aziende, privati o personaggi pubblici che hanno bisogno di ripulire la loro immagine sul web e non trovano il giusto supporto nei grandi colossi del web. Condanne per crimini passati, ma anche per processi che si sono risolti con un nulla di fatto sono colpi mortali per la propria web reputation e, con una regolamentazione del diritto all’oblio così vaga e soggetta ad interpretazioni, non resta che cercare di ripulirsi da soli la propria immagine. Ed ecco che entra in gioco un professionista, un web reputation manager che fa questo lavoro per voi, riabilitando l’immagine di ogni cittadino che non vuole continuare a pagare le conseguenze di errori commessi in passato e per cui ha già pagato.

www.baggioandrea.com

www.ireputationdata.com